Tip tap dance e desiderio di leggerezza

Nonostante nell’immaginario collettivo il tip tap sia sicuramente collegato a qualcosa di bello, nonostante piaccia quasi a tutti, evocando immagini suggestive, collegate ai celebri musical americani, non è sicuramente fra le discipline di danza più praticate, almeno nel nostro Bel Paese.
 

Quando si pensa al tip tap si pensa a Ginger RogersFred Astaire e al loro volteggiare con leggerezza, alla piccola Shirley Temple, e a “Singing in the Rain” il famosissimo musical avente come oggetto il passaggio dal cinema muto al cinema sonoro. Infine più recentemente si può citare la “fila” dorata di Micheal Duglas in “Chorus Line”.

Tutti sono innamorati della leggerezza, e per fortuna, tuttavia è raro che entrando in una scuola di danza, o in una palestra (nelle quali è l’esigenza di numeri a farla da padrona) si trovi facilmente attivato un corso di tap dance.

A fatica si può cercare di organizzarlo, a stento si troveranno i tanto richiesti numeri. Gruppi di ballerini di tap dance ce ne sono, ma sono una rarità.
In fondo l’attrezzatura non è molto costosa, il ballerino di tip tap utilizza delle calzature particolari, munite di “claquettes”, ovvero delle placche in alluminio (un tempo erano di legno) posizionate sotto la punta e sotto il tacco, che permettano di amplificare il suono.

Il piede del ballerino funge così da strumento musicale, in particolare uno strumento a percussione. E qui possiamo ricollegarci alle origini di questa danza, da ricercarsi fra la popolazione afro-americana, che non aveva altro modo di accompagnare i propri canti, durante il duro lavoro, che con il battito dei piedi e delle mani.

Ovviamente non si balla solo con i piedi, ma con tutto il corpo.

Infatti è una disciplina molto dura, che richiede un’ottima base classica, o di danza jazz, senso del ritmo, molto fiato, e una dote indispensabile: tanta ma tanta passione.
Non è solo tramite il talento, l’agilità, la tecnica e la pratica che si ottiene la tanto amata leggerezza; tutte queste doti non sono nulla se non c’è passione, divertimento, sorriso e gioia nel movimento, immediatamente ed empaticamente percepibili dal pubblico. Solo così chi guarda può permettersi di sognare.

E non è un caso che nel 2011 un film come “The Artist” in bianco e nero e muto abbia riscosso tanto successo di critica e pubblico (vincitore di cinque premi Oscar). Si parla di un film non solo sul cinema muto (e sul passaggio al sonoro, come in Singing in the rain) ma un vero e proprio film” muto”.

E ciò accade nel 2011 nell’era del 3d, dopo aver visto di tutto quanto a effetti speciali. Tale successo si spiega solo con il richiamo al bisogno primordiale di leggerezza, e quindi al sogno, e a soddisfarlo non sono i tecnicismi (ovvero le tecniche portate all’esasperazione) ma la passione, la capacità di trasmettere emozioni e le cose fatte con il cuore.

 

Miriam Caputo

Dal blog La Ragazza dagli Occhi Grandi  

 

 

 

 

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